Quattro serigrafie di Mario Ferrarese

di N.G. – novembre 2001


Mario Ferrarese ha ripreso a disegnare. Non composizioni astratte, informali dove l’alternanza di bianchi e neri, di pieni e vuoti, di chiari e scuri, di luci ed ombre, crea equilibrati ed eleganti motivi, suggestivi richiami dal fascino tipicamente musicale, bensì immagini figurative dal momento che sono state realizzate – come già in altre passate, ancorché diverse, occasioni per uno specifico particolare avvenimento. Questa volta per l’incontro con i vecchi compagni della classe Quinta A dell’anno scolastico 1953-54 dell’Istituto Tecnico per Ragionieri E. De Amicis di Rovigo.

E, come per le altre diverse occasioni, ha voluto stampare una cartella con quattro serigrafie.

I soggetti ripresi riguardano alcuni scorci e monumenti caratteristici e tipici della città di Rovigo: piazza Vittorio Emanuele, le torri, la chiesa della Beata Vergine del Soccorso, detta la Rotonda e ovviamente, per la particolare occasione, l’edificio che fino ai primi mesi del 1954 ospitava l’Istituto Tecnico per Ragionieri: l’ex caserma dell’Imperial Regia Gendarmeria austro-ungarica, come indica una scritta riapparsa, dopo recenti restauri, sulla trabeazione.

Sono immagini figurative, ma non reali, se per reali s’intende l’esatta corrispondenza, quasi fotografica, con l’oggetto rappresentato quale oggi appare; sono immagini nelle quali non si vede alcuna figura umana: di essa, come di altre realtà contingenti oggi loro assegnate o accostate, anche abusivamente, non hanno bisogno: esse vivono in una propria dimensione isolata ed immutabile nel tempo, forse nel tempo della memoria.

L’Istituto Tecnico è visto solamente ed interamente nelle sue neoclassiche forme, non parzialmente nascoste, come oggi, dai sofferti alberelli che disperatamente lottano per sopravivere contro il calore estivo riflesso dall’asfalto e contro gli scarichi delle auto; ed è rappresentato a sé stante, isolato dai fabbricati contigui – e solo la linea del marciapiede che va oltre i confini dell’edificio suggerisce la continuazione della strada (o dell’Adigetto ?) da una parte e dall’altra.

E’ isolato anche dai paracarri che, dopo la chiusura del canale, chiudevano la parte interrata dell’attuale Corso del Popolo, e sui quali il mitico Libero Buson batteva con vigore i baccalà.

Gli edifici di piazza Vittorio non poggiano per terra, sono sospesi, avvolti in una atmosfera senza tempo: l’orologio della torre non ha le lancette, non segna le ore; la luce del giorno non crea ombre se non nei sottoportici; taluni particolari sono solo abbozzati, il leone di San Marco sulla colonna è suggerito da una serie di ghirigori, e solo la conoscenza del monumento porta a vedere quello che effettivamente, invece, non si scorge; il liston, luogo di ritrovo di bambini accompagnati dalle madri, di pensionati, di sfaccendati e di colombi, qui non c’è: se disegnato andrebbe ad ancorare gli edifici al suolo vanificando l’impressione quasi metafisica della rappresentazione.

Le torri sono riprese da un’insolita prospettiva che sembra capovolgere il rapporto di grandezza e d’altezza. Le loro forme sono d’un bianco pieno, senza chiaroscuri, solo segnate da semplici linee di contorno, e si contrappongono alla incolta vegetazione in primo piano. Questa visione le riporta indietro nel tempo quando erano già diventate i pochi resti dell’antico castello feudale, abbandonati all’incuria ed alla misericordia del tempo, ma non ancora, come oggi, resi oggetti puramente decorativi inseriti in un ambiente che si cerca di aggraziare con aiuole, vialetti, fiori, alberi e rampicanti per gente indifferente alla loro storia ed alla loro memoria.

Anche la Chiesa della Rotonda è inserita in un insieme parzialmente privo degli alberelli che oggi delimitano il viale d’accesso e che ne soffocano la prospettiva; qui ne resta solo una traccia a sinistra a formare una ideale quinta che, nel suo abbozzo, va a maggiormente mettere in risalto la mole della chiesa fortemente chiaroscurata dalla luce del meriggio.

Mario Ferrarese ha sognato ed idealizzato i quattro soggetti, forse riportandoli a come ricorda erano quando, giovane studente, si recava, dalla natia Lendinara, a Rovigo. Forse la sua mano è stata guidata dalla nostalgia di quegli anni ormai lontani, quando il tempo era ancora fermo, quando si viveva in realtà locali dove, anche per carenza di efficienti mezzi di locomozione e comunicazione, ci si conosceva tutti, ci si ritrovava al caffè per chiacchierare, per leggere il giornale, per partite di carte o di bigliardo con in palio una consumazione e non di più; quando il negozio del barbiere era luogo di ritrovo per confidenze e pettegolezzi e ultime notizie; quando, nelle lunghe estati senza villeggiatura, i ragazzi si trovavano ogni giorno all’oratorio per interminabili partite di calcio.

Laudator temporis acti? Il sentimento dei vecchi si dice sia presbite: le cose belle, buone e giuste sono, in gran parte, quelle lontane. Rimpianti?

Ma no…. Ogni epoca porta problemi, difficoltà. Quelli di allora erano gli stessi degli anni, dei decenni, in gran parte dei secoli precedenti: fame, malattie, freddo, miseria. Oggi questi, almeno da noi, sono in massima parte superati ma, contemporaneamente, sostituiti da altri, altrettanto pesanti e devastanti: droga, delinquenza, inquinamento, allentamento dei rapporti umani. Ma il bilancio, considerando gli attuali modi e condizioni di vita rispetto a quelli del passato, mi pare debba essere considerato positivo.

Oggi si vive meglio, ma credo sia consentito ricordare quegli anni con nostalgia, ed un po’ rimpiangerli, anche perché allora si era molto, molto più giovani.