Chi sono

Ho sognato il giallo, l’azzurro e il rosso (1)

di Mario Ferrarese

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Da tempo alcuni carissimi amici mi chiedevano se non avessi mai pensato a un catalogo dei miei dipinti e disegni. Per la verità una qualche idea in proposito mi era venuta, tant’è che avevo immaginato di digitalizzare tutte le opere che avevo in archivio e quelle che fossi riuscito a recuperare e caricarle in un dvd. Così chi avesse avuto tempo e voglia avrebbe potuto vederle sul computer o sul televisore.

Ma poi i soliti carissimi amici mi hanno fatto notare che i supporti elettronici possono andare bene, e che anche un sito web – essendo potenzialmente in grado di raggiungere un vasto numero di fruitori – sarebbe andato ancora meglio, ma che un catalogo non è soltanto un insieme di riproduzioni di dipinti e disegni, ma contiene anche scritti – presentazione e saggi ed elenchi – e questo è possibile soltanto con un supporto cartaceo: un libro.

E così siamo arrivati a un compromesso: avrei fatto un dvd – o due se lo spazio di uno solo non fosse sufficiente – con dentro tutte le opere che sarei riuscito a recuperare, senza escluderne alcuna – disegni e dipinti, appunti, sgorbi, schizzi, caricature; cose brutte e meno brutte, passabili e gradevoli, ma anche lavori che hanno ricevuto lusinghieri e importanti apprezzamenti – e poi fare anche un libro-catalogo con una scelta delle migliori; i dvd verrebbero allegati al libro e ne costituirebbero parte integrante, sperando in tal modo di accontentare tutti: chi preferisce i supporti elettronici e chi resta nel solco della buona e vecchia tradizione cartacea.

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Ho cominciato a disegnare nei primi anni del dopoguerra copiando dagli album e dai periodici a fumetti che riprendevano le pubblicazioni dopo la sospensione bellica: soprattutto Il Vittorioso (eccezionali le strisce disegnate da Cesar e Franco Caprioli), e gli album di Flash Gordon, L’Uomo mascherato, Mandrake. Da quelli, più che i personaggi, copiavo i paesaggi, gli oggetti.

La svolta avvenne nel 1954. In quell’anno fu aperta a Lendinara, presso Palazzo Boldrin, la Biblioteca Comunale e la gestione fu affidata a Cesare Magon: uno straordinario personaggio che aveva ricorrenti frequentazioni con la migliore cultura polesana – dal critico d’arte Giuseppe Marchiori allo scrittore Gianantonio Cibotto – e con interessi in diversi campi artistici, dalla letteratura alla musica alle arti figurative e, soprattutto, al teatro. Subito la Biblioteca divenne luogo d’incontro e di studio per giovani studenti, alcuni dei quali, fra cui anch’io, s’interessavano di arti figurative. A questo gruppetto Cesare mise a disposizione, all’ultimo piano di Palazzo Boldrin, la stanza con vetrata su vista G.B.Conti per farne uno studio dove poter lavorare. Conservo ancora dei disegni a matita, del 1954, che riprendono via Conti da lassù.

Grazie a Cesare Magon, potemmo conoscere Giuseppe Marchiori e la sua collezione d’arte; e la raccolta privata delle opere di Gino Rossi di un importante collezionista lendinarese: il sig. Giovanni Dalla Villa. Ma più ancora, nel 1954, 1956, 1958, con Cesare si andava tutti alla Biennale; seguivano, poi, commenti, discussioni e, quindi, a rapporto dal dott. Marchiori.

Erano, quelli, gli anni esaltanti della scoperta dell’astrattismo concreto (secondo la felice formula di Lionello Venturi) e dell’informale, dei nostri Santomaso, Afro, Vedova, Scialoja, Morlotti, Burri, degli americani Pollock, De Kooning, Rothko, Kline, Rauschenberg; e poi Wols, Fautrier, Hartung…

Per chi, come me, si dilettava di pittura era impossibile non rimanere affascinati, colpiti e soprattutto influenzati da quell’arte, definita con un termine invero troppo generico “informale” perché “non designa un movimento vero e proprio, anche perché non esiste alcuna base teorica comune, ma piuttosto una direzione di ricerca sulla possibilità di esprimere forme libere da schemi e da strutture dotate di significato; o meglio indica un insieme di esperienze artistiche (come l’action painting, l’informale materico e astratto, lo spazialismo, la pittura segnica) che include, in apparenza paradossalmente, anche opere in cui compaiono ancora figure, pur con significati del tutto nuovi e spesso provocatori.” (2)

Ha scritto Renato Barilli che “furono informali tutti i linguaggi che rifiutarono le forme di carattere geometrico-razionalista prevalenti presso le avanguardie storiche del primo Novecento, ispirate a regolarità, sintesi, equilibrio compositivo, contro cui invece si opposero forme slabbrate, sfilacciate, irregolari. […] Chiuse apparivano le forme proprie della tradizione postcubista e costruttivista, affidate a contorni netti, a stesure essenziali, a combinazioni e varianti poco numerose, cui invece si opponeva, appunto, un’«apertura» di profili, un ricorso all’accidentalità dell’esecuzione, al caso, e così via. Da questo rilancio «dell’aperto» sul campo partì Umberto Eco per teorizzare la sua fortunatissima «opera aperta», che proprio nelle vicende dell’informale pittorico trovava uno dei suoi settori di verifica.” (3)

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Non credo ci sia una gerarchia tra diversi linguaggi, anche se apparentemente opposti; ogni nominalismo e ogni barriera penso siano costruzioni arbitrarie e artificiose, nella migliore delle ipotesi formulate per semplificare, catalogare, incasellare forme ed espressioni artistiche diverse che, per loro natura, non possono essere semplificate, catalogate, incasellate.

Gran parte dei miei lavori sono “informali” secondo la definizione data, e l’osservatore attento potrà, in certe opere, intravedere le influenze che su di me hanno esercitato, talvolta anche notevolmente, alcuni dei Maestri sopra ricordati.

Ma saltuariamente ritorno al genere “figurativo”, sia quando la circostanza lo richiede, come, ad esempio, nelle serigrafie che sono state stampate per ricordare diverse specifiche occasioni o negli appunti a ricordo di luoghi visitati; ma anche e soprattutto in momenti di riposo, quando la ricerca di “forme libere da schemi e da strutture dotate di significato” mi diventa troppo faticosa.

Ho sempre disegnato per mio piacere personale, quando ne avevo l’occasione e tempo e voglia, felice se qualche lavoro riceveva le lodi di amici e d’intenditori. Una grande soddisfazione ebbi quando Giuseppe Marchiori, dopo aver visto alcuni miei quadri – tra cui La luna stanca è andata a riposare – ebbe a dire che con tali opere avrei potuto esporre ovunque.

Ma il più grande e commovente appagamento mi venne da Cesare Magon quando, nell’ultimo periodo della sua vita, ospite della Casa di Riposo di Lendinara, mi chiese di donargli alcuni quadri, affinché, mi disse, con i loro colori potessero attenuare la tristezza della stanza nella quale oramai trascorreva la maggior parte del suo tempo. Dopo la sua morte quei quadri mi furono restituiti dal nipote: Cesare aveva lasciato detto che, quando se ne fosse andato, ritornassero a me.

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Non ho mai voluto fare, anche se più volte sollecitato, mostre personali, perché il mio mestiere era un altro, e non avrei avuto modo di dedicarmi alla pittura con quella costanza che, se fossi entrato in un circuito di esposizioni, sarebbe stata necessaria. Tant’è che, ma me ne sono reso conto solo recentemente nell’ordinare cronologicamente i miei lavori, ho avuto dei periodi d’intensa produzione alternati ad altri di scarsa o nulla attività.

Ho però partecipato a collettive, otto in tutto.

Nel 1954, a Lendinara, in occasione della Fiera di settembre, con alcuni disegni a una mostra riservata a soli dilettanti locali ricevendo la Coppa del Comune di Lendinara per il disegno.

Nel 1955, sempre in occasione della Fiera di settembre, esposi quattro dipinti a olio (oggi perduti) eseguiti per l’occasione.

Nel 1956 e nel 1957 partecipai al Concorso di pittura estemporanea che si teneva, annualmente il 15 agosto, a Badia Polesine; nel 1956 il mio quadro Badia Polesine fu segnalato.

Nel 1981, partecipai al 6° Premio Nazionale di Pittura Pro Loco Lendinara, rimediando una coppa.

Nel 1982, a Padova (Palazzo del Monte) e a Rovigo (Palazzo Roncale), esposi due grandi quadri (n. 163 e 164 nella sezione “Dipinti”) a una collettiva di pittura di dipendenti della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, ricevendo una targa per le opere esposte.

Infine, dopo trent’anni, nel 2012 a Lendinara e nel 2013 a Rovigo, collettiva “Incontro d’arte di 5 lendinaresi”, con Daniele Caleffi (ceramica), Sergio Magon (pittura rizomatica); Giuseppe Rigolin (fotografia) e Carlo Tintore (scultura).

Qui nessun premio, perché niente era previsto, ma il riconoscimento venne da parte del pubblico, curioso e numeroso e interessato, piacevolmente sorpreso dall’organizzazione delle mostre e soprattutto dalla qualità delle opere dai cinque lendinaresi esposte.

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Ecco, adesso sono arrivato al catalogo, che licenzio nella speranza trovi favorevole accoglienza in chi già apprezzava le mie opere, e in chi non le conosceva.

Questo catalogo è stato pensato e ideato e realizzato grazie all’incoraggiamento e ai consigli del dott. Antonio Romagnolo e del prof. Sergio Magon.

Esso contiene un saggio del dott. Antonio Romagnolo, condotto con obiettivo metodo critico-scientifico e due commoventi testimonianze di due amici, la dott.ssa Miranda Greggio e il prof. Sergio Magon, dove – sia detto senza alcuno spirito critico – vi sono espressioni, considerazioni, osservazioni delle quali ringrazio, ma che, sinceramente, penso di non meritare.

Preziosi mi sono stati l’aiuto e la vicinanza dell’amico dott. Ennio Villani.

Non può mancare un particolare grazie al dott. Vinicio Magris per le osservazioni espresse sul quadro del luglio 2014, e che ne hanno suggerito il titolo: Im Abendrot(4)

Un vivo ringraziamento a mio figlio Stefano che ha fotografato, con competenza e passione, la maggior parte delle opere, e a coloro che mi hanno fatto pervenire le foto dei dipinti in loro possesso.

Infine, la mia gratitudine allo staff di Fancy grafica, e in particolare a Claudia Brighi, per la professionalità, l’impegno e la pazienza profuse nella realizzazione del progetto.

A tutti la mia più sincera riconoscenza.

Rovigo, giugno 2015


(1) Jorge Luis Borges (Cartesio)

(2) Dalla presentazione della mostra “La vertigine della non forma, da Kandinskij a Pollock”, Lugano 29 settembre 2001 – 6 gennaio 2002, a cura di Lorenza Trucchi e Marco Franciolli.

(3) Renato Barilli, La forza e i limiti dell’informale storico. In L’Informale in Italia, catalogo della mostra di Bologna giugno-settembre 1983

(4) Quadro sconvolgente nel suo cupo groviglio di pennellate scure tendenti a coprire la luminescenza emergente ma non emersa: come se il tuo subconscio faticasse a superare la tua consolidata consapevolezza, la conoscenza e la coscienza della tua identità. Ma la maturità – se vuoi chiamala più appropriatamente vecchiaia – fa compiere delle svolte insospettate: come quella di Strauss ottantaquattrenne nel comporre ‘Im Abendrot’, nel quale esterna la sua serena accettazione della realtà.