Mario Ferrarese pittore

di Antonio Romagnolo • luglio 2015 • 


Mario Ferrarese disegna e dipinge da oltre mezzo secolo e non ha mai voluto allestire una mostra personale. Ora “espone” tutto quello che ha fatto con due dvd allegati ad un catalogo a stampa: sarà una tiratura limitata, destinata agli amici. In questo modo ottiene quello che ha sempre voluto dipingendo: una circoscritta visibilità del suo “piacere pittorico”. Non ha operato una scelta dei lavori perché rivestono tutti la stessa importanza, in quanto tutti gli hanno procurato piacere nell’eseguirli. Sono particelle di respiro poetico personale nel monotono e immutabile ordine della natura e nel mutevole ambiente che ci ospita.

Rivederle tutte insieme procura un’ebbrezza vitale: il tempo materiale speso necessariamente per il nutrimento materiale della vita è stato accompagnato dal nutrimento della bellezza. Tutto quello che è stato fatto con matite e pennelli ha una sua collocazione nel caso e nella necessità dell’esistenza. Degno della massima considerazione è dunque il desiderio di mostrare ora ciò che è venuto da questa singolare esperienza pittorica.

Ora noi entriamo in questo percorso artistico con tutta la disponibilità necessaria per farci coinvolgere dalla sincerità del linguaggio. In gioventù Mario Ferrarese comincia a muovere le matite copiando personaggi dei fumetti, campioni dello sport e i familiari. Osserva qualche angolo della sua Lendinara e vuole conoscerlo meglio raffigurandolo. Non ha maestri, ma respira in una temperie storica favorevole che ha dato grandi artisti come i Canozi (Lorenzo e Cristoforo) e i Filippi (Sebastiano, Camillo e Bastianino). Chiese e palazzi di Lendinara conservano dipinti importanti che non possono vantare altri centri polesani. Li ha descritti Pietro Brandolese (anche se nato a Canda) in un opuscolo intitolato Del genio de’ lendinaresi per la pittura, dedicato al nobile G.B. Conti, pubblicato a Venezia nel 1793. A Lendinara abita in un palazzo attribuito a Vincenzo Scamozzi, Giuseppe Marchiori, famoso critico d’arte militante, che ha riunito nel 1947 i migliori artisti italiani del dopoguerra nel Fronte nuovo delle arti e li ha presentati nella Biennale veneziana dell’anno successivo. A Lendinara c’è il collezionista Giovanni Dalla Villa che acquista dipinti di Gino Rossi, Giuseppe Santomaso, Emilio Vedova, Leone Minassian. Presso quest’ultimo si è formato Gianni Mantovani, pittore informale lendinarese incoraggiato da Marchiori.

A Lendinara i giovani artisti dilettanti trovano il bibliotecario Cesare Magon, uomo affabile, di intelligenza vivace con la passione per il teatro, che li incoraggia, li ospita nella veranda di Palazzo Boldrin sede della biblioteca, li presenta a Marchiori e a Giovanni Dalla Villa. Nel 1954 Magon organizza per loro nello stesso palazzo una mostra estemporanea durante la fiera locale e li accompagna alla Biennale di Venezia; e così pure alle Biennali del 1956 e del 1958. Quelle visite e le animate discussioni successive saranno molto stimolanti per l’apertura alla conoscenza della pittura informale di quei giovani.

Con i suggerimenti e i consigli di Cesare Magon il disegno di Mario Ferrarese si evolve e coglie con spontanea scioltezza aspetti naturali del luogo. Giuseppe Marchiori, in qualità di membro della giuria della suddetta mostra estemporanea, premia il suo disegno a matita su carta, raffigurante L’albero di San Rocco e incoraggia il giovane autore a studiare. Ma Ferrarese ha deciso di continuare ad amare e coltivare la pittura scegliendo di avviarsi ad una professione tecnica. La scelta deve essere stata fatta ovviamente pensando ad una sicurezza per il futuro. Comunque la prospettiva è quella di coltivare la pittura accanto all’attività professionale, come campo di libertà assoluta, dove ci si può muovere creativamente senza condizionamenti.

Nelle opere degli anni Cinquanta prevale l’uso delle matite ma anche della china su carta. l temi sono figurativi. Oltre ad aspetti di Lendinara e dintorni, troviamo scorci di Venezia (dove è attivo come pittore di vedute lo zio Piero) e di Milano, Napoli, Roma, Firenze e Rovigo. L’attenzione è rivolta anche ai bambini e abbiamo i ritratti di Carluccio e del fratellino Rolando.

Nella limitata documentazione pittorica degli anni Sessanta troviamo il colore con l’acquerello e la tempera, e appaiono i primi “Senza titolo” o veduta-paesaggio dell’anima, dove i temi figurativi si sciolgono in notazioni cromatiche e si va verso il non figurativo. Tale passaggio è reso graduale con il ritratto, nel 1963, del figlio Stefano eseguito ad olio su tavola – ma sul cui retro si osserva un bozzetto informale a ritmo lineare – e con l’uso dell’inchiostro in alcune vedute di Piove di Sacco e in figure a china.

Nel 1973, probabilmente per la preoccupazione di lasciare la tradizione e di affidarsi all’abbandono della figura, Mario Ferrarese copia il particolare di un affresco di Goya: Tre donne, da Il miracolo del Santo nella chiesa di Sant’Antonio de la Florida in Madrid. Cerca così il conforto per riuscire ancora a muoversi nel tradizionale e permettersi il passaggio all’informale.

Nelle poche prove degli anni Settanta troviamo i ritratti a matita e ad acquerello dei figli Laura e Stefano. Un momento di felice equilibrio tra figurativo e non figurativo, che possiamo considerare paradigmatico, si osserva nel dipinto a tempera Spoleto realizzato nel 1971 in loco, dove l’apertura paesaggistica con vibrazioni cromatiche rosso-arancio di un caldo pomeriggio vanno a stemperarsi nei tocchi complementari di un tenue e fresco azzurro.

Negli anni Ottanta il tempo dedicato alla pittura aumenta notevolmente. Mario Ferrarese avverte l’urgenza di andare avanti con determinazione e più soddisfacenti sono i risultati di una ricerca ormai matura, che si sviluppa con maggiore sicurezza dei mezzi espressivi. Si succedono composizioni con colori ad olio e a tempera e con acquerelli, pastelli a cera, pennarelli, matite e china. Più disinvolto e deciso è l’uso del colore e l’impiego del nero si estende con vibrazioni profonde, sorprendenti. Prevalgono le composizioni che partono “Senza titolo” ma poi, dipinto il quadro, il titolo emerge grazie ad indovinati lampi di suggestioni poetiche e letterarie, alcune della quali sono state individuate (Alceo, Saffo, Archiloco, Mimnermo, Giovanni della Croce, Leopardi, Pascoli, Revendry, Borges, Montale, García Lorca, Pessoa, Baudelaire, Gozzano, Pavese, Saba, Campana). Abbiamo così la “confessione” di stati d’animo crepuscolari e notturni impressionanti che non sarebbe stato facile cogliere sulle tele. Ricordarli è la migliore esegesi di questi quadri: Ho di fronte l’ansia della sera e il tramonto, Il canto vuole essere luce, Il sole dietro la sera, Voce segreta di sera, Non ci sono più raggi di luna tra gli alberi, Nei confini bui dove brancola lo spirito, Fa scuro, la notte è piena di pericoli.

Ma in questi fecondi anni Ottanta ci sono anche i ritratti: Laura, Annalisa, e paesaggi tradizionali: Grande paesaggio senese, Greve in Chianti. C’è l’esercizio del rigore compositivo nella tela ad olio Ho sognato il punto, la linea, il piano e il volume e il conseguente Hommage à Mondrian. E poi copie da Emilio Greco, caricature, studi per Rovigo e per il Po, e per un grande quadro figurativo ad acquerello; inoltre un taccuino di appunti a matita su carta.

Gli anni Novanta sono caratterizzati da un largo uso di matite, pastelli, inchiostro e china. l temi sono ancora vedute di luoghi visitati. Un angolo di Baltimora raffigurato dal vero con la china acquerellata; aspetti dei Colli euganei sono disegnati con matite e così pure Casa Rudatis e la chiesa di Santa Maria delle Grazie, nella omonima frazione di Rocca Pietore, sono riprese con matite. Però troviamo anche disegni a matita su carta “Senza titolo”: in una decina di fogli del 1992 il disegno a matita diventa segno nella leggerezza ed essenzialità del gesto. Si contrappone una serie di disegni a china su carta “Senza titolo” resi con una forte, larga, e veloce stesura del nero. Ritorna il “fiume notturno” emerso nel decennio precedente e alla china si aggiunge il colore acrilico nero. E ritornano titoli molto forti suggeriti dalla letteratura: Le stelle hanno smesso di brillare, L’ora è pesante, ogni cosa brucia di sete. L’aridità di uno stato d’animo è ribadita dalla china Greto del 1993. Poi si spalanca il colore con una grande tela astratta (cm 80 x 200) a colori acrilici di notevole effetto per la vivacità del rosso distribuito con gesti armoniosi, intitolata Whistler; con paesaggi tradizionali di Alleghe, con E’ mezzanotte, tutto è ridipinto (Monte Civetta); ma nello stesso anno subentra l’inchiostro di china in una decina di fogli. L’anno dopo esegue una serie di studi con pastelli a cera per decorazione di bottiglie. Nel 1999 appaiono alcuni paesaggi dipinti a olio su tela, una tempera dal titolo Colline screziate di fiori selvaggi, e Fischia un grecale gelido. E nel congedo temporaneo dall’alterna vicenda dì cromatismo e di nero arriva un dipinto acrilico su compensato: Alla maniera di Pollock.

Nel primo decennio del Duemila si succedono all’inizio opere a tempera “Senza titolo” con colori teneri; poi l’interesse grafico si sviluppa con una serie di ventidue schizzi a matita su carta che si caratterizzano per i tratti lineari; quindi ritorna l’interesse per la linea. Due Vedute di Roma con Campidoglio e Fori imperiali, eseguite a colori acrilici, riportano all’interesse mai abbandonato per la veduta tradizionale e così pure Girasoli.

E tradizionali sono anche le riprese a matita con tratti a bozzetto di alcuni edifici di Rovigo (Istituto tecnico, Rotonda, Le torri, Piazza Vittorio Emanuele Il) che serviranno per altrettante serigrafie da consegnare a compagni di classe in occasione di una rimpatriata. Segue una serie di tredici acrilici su carta trattati con l’uso del nero che si tormenta in veloci movimenti. Poi troviamo altre opere con titoli cupi: Nell’ora che abbuia, sempre più tardi, Notte che mi hai guidato, notte compiacente, C’è un’ombra che trema, L’aria è torbida. Senza titolo rimangono alcuni dipinti acrilici a colori del 2009.

Non troviamo dipinti e disegni nel 2010 e sono poche le opere del 2011: Nella notte il silenzio plana, e un’altra figurativa raffigurante Torri e giardini di Rovigo Piazza Matteotti a Rovigo, eseguita per l’ingresso di un edificio della città, dove abita una persona cara. Anche altre opere sono state donate ad amici; alcune particolarmente “sentite” sono conservate presso familiari e parenti.

Sono del 2012 Chiarastella, il Polittico delle stagioni e altri temi stagionali: Si aprono le porte di primavera, Nel paese profumato che il sole accarezza, Odo venire primavera fiorita.

Nel 2013 Mario Ferrarese esegue una serie di composizioni con colore acrilico nero, senza titoli, alcune su tela e altre su carta, che ricordano Franz Kline.

Nel 2014 continua la ricerca espressiva con l’uso del nero, in particolare con inchiostro su carta. Inoltre troviamo una composizione con colore acrilico su tela di lino senza titolo che ha senso anche se appesa capovolta, e infine, ultimo della serie, un dipinto acrilico su tela intitolato Im Abendrot.

***

Ora questa specie di sinossi della pittura di Mario Ferrarese va completata con alcune considerazioni stilistiche. L’esordio abbiamo visto che è avvenuto con studi di figure a matita. In seguito continuerà l’uso del disegno praticato in varie circostanze, alternandosi alla pittura, ma diventeranno sempre più rare le figure e gli studi relativi. E’ un disegno rapido che si scioglie in schizzi quando insegue con la fantasia le figure e si consolida davanti alla realtà, nelle vedute e nei ritratti.

L’uso del colore è limitato a pochi temi locali, ma poi tende a prevalere e diventare il vero tema. Si va elaborando la composizione cromatica senza titolo con accenti riconducibili a qualche aspetto della realtà, che traduce moti dell’animo. La grande tradizione del colore tonale della scuola veneziana può avere toccato la sensibilità di Mario Ferrarese con la splendida tavola belliniana-giorgionesca raffigurante la Madonna con bambino e un angelo musicante, firmata e datata 1511 da Domenico Mancini, conservata a Lendinara. E’ comunque un fatto che le composizioni senza titolo e quelle con titoli letterari assegnati in un secondo momento, sono orchestrate sul colore tonate ma anche timbrico e gli accostamenti avvengono secondo equilibri e rapporti che richiamano la concezione di equilibrio classico della pittura non figurativa di Afro, ben conosciuta e studiata.

E’ quel rifiuto o impossibilità di tralasciare la grande tradizione e aprirsi completamente all’avanguardia che si osserva maggiormente in Giuseppe Santomaso. Questi veniva a Lendinara ospite per lunghi periodi di Giuseppe Marchiori e insieme andavano a dipingere alla Rotta, la tenuta agricola del critico. Nasceva la serie delle Finestre che Marchiori ha definito “il limite esatto tra l’astrazione e l’oggettività: il suo limite di pittore attento a non perdere il contatto con la vita, a non attutire il nitido timbro della sensazione immediata” (in “Giuseppe Marchiori critico d’arte”, 2001, p.168). Il giudizio acuto di Marchiori su Santomaso è perfettamente calzante con la pittura di Mario Ferrarese che lungo tutto il suo percorso artistico va dall’oggettività, all’inizio, all’astrazione e poi sempre verso l’astrazione, ma senza mai abbandonare il figurativo, concedendosi avventurose acrobazie nell’informale che sente sempre molto vicino alla sua intima vicenda psicologica ed esistenziale. Sarà sempre molto attento all’espressionismo astratto e guarderà con interesse il succedersi delle ricerche d’avanguardia a livello internazionale. Proverà a conoscerle con qualche prova-omaggio, ma resterà sempre l’artista libero che si colloca in equilibrio tra oggettività ed astrazione, concedendosi il piacere di inclinare da una parte o dall’altra secondo improvvisi entusiasmi, attenuati subito dalla consapevolezza della futile adesione alle mode del sistema dell’arte.

Afro e Santomaso possono essere stati assunti come riferimento in momenti di sintonia attraverso l’esperienza del cromatismo liricamente espresso, ma arrivano anche suggestioni da Emilio Vedova per quell’uso di aggrovigliate situazioni di tensione che si annidano nella parte notturna della vita continuamente alla prova davanti agli orrori della stupidità del male. Una prima serie di composizioni rese solo con l’inchiostro di china negli anni Settanta segnalano inquietudine e turbamento che il gesto dell’esecuzione vuole scacciare, mentre permane la consapevolezza di una instabile e caotica condizione umana. Certo, non bisogna esagerare e vedere traumi in una pittura che vuole sperimentare il piacere di esistere e quindi non si può collocare Mario Ferrarese nel turbine caotico delle esperienze artistiche tormentate, vissute sulla pelle viva. L’attenzione verso i grandi espressionisti figurativi o astratti non è partecipazione ai loro drammatici stati emotivi, che sono sempre unici e insondabili, ma assunzioni di motivi stilistici ammirati che vengono sfidati spesso magari con mezzi velleitari, a meno che non siano piacevoli esercizi “à la manière de”, come a volte Mario Ferrarese intende proporre. Dietro ci può essere lo struggimento esistenziale comune a tutti, ma prevale ed è appagante il buon risultato estetico conseguito, riconoscibile.

Dunque il fare, il gesto artistico prodotto da un’urgenza interiore è essenziale, avviene nello spazio e segna uno spazio e un tempo dell’esistenza. Mario Ferrarese studia i gesti dei maestri. Ha visto la velocità del segno di Afro, di Santomaso e di Vedova; poi ha considerato la rapida, vitale gestualità di Hans Hartung, anche lui ospite di Marchiori a Lendinara. Richiamano il segno graffiante del tedesco, che costruisce lo spazio come valore autonomo, alcuni disegni a pennarello del 1980.

La poetica del gesto artistico ammirata in Afro, comincia a svanire con l’avanzare delle avanguardie che spingono verso un’arte smaterializzata e sostituiscono la bellezza con l’idea e il concetto. Se non c’è la bellezza non c’è il piacere e allora a Mario Ferrarese non rimane che guardare attentamente, ma con distacco, i movimenti che vanno dalla pop art fino all’arte concettuale, ma è interessato allo spazialismo di Fontana con l’emancipazione dell’arte dai vincoli materiali e il forte proclama: “l’arte è eterna … come gesto, ma morrà come materia … Noi pensiamo di svincolare l’arte dalla materia … E non ci interessa che un gesto, compiuto, viva un attimo o un millennio, perché siamo veramente convinti che, compiutolo, esso è eterno” (“Manifesto del Movimento Spaziale per la televisione”, 1952, particolare citato da F. Alinovi, La crisi dell’opera, p. 59, in “L’arte in Italia nel secondo dopoguerra”, Bologna 1979). Ed ecco i buchi e i tagli sulla tela di Fontana per “l’esigenza di liberarsi della superficie piatta e bidimensionale rappresentata dalla tela dipinta” (Alinovi, cit.).

In Mario Ferrarese non troviamo il gesto “oltraggioso” Neodada di Fontana, ma la condivisione dell’energia vitale del gesto stesso, mantenuto in funzione estetica. Ferrarese continua a guardare con interesse i gesti oltre il figurativo e si sofferma ovviamente nell’ambito dell’espressionismo astratto. Lì è attivo, tra gli altri Franz Kline che colpisce per la spontaneità (in realtà apparente) di larghe pennellate nere su grandi tele, prive di qualsiasi riferimento, che valgono in sé. Osservando diversi quadri basati su pennellate nere, cadenzati nel tempo, e una serie di venti lavori a china con nero acrilico su cartoncini, eseguiti nel 1992, il pensiero non può non andare, come già detto, a Kline. Magari si tratta di una della solite coincidenze, ma in campo estetico quando i gesti fisici di particolare energia vitale si scaricano sull’angoscia della tela o del foglio bianchi, che è l’angoscia del futuro, le affinità e la sintonia sono in qualche modo naturali e comprensibili. E’ pero un fatto straordinario ma significativo che in Ferrarese questa esperienza di forte impatto del nero, di sua natura drammatico, avvenga dopo dolci paesaggi colorati con pastelli a cera. Ma in lui è sempre così; l’artista ha adottato un percorso da nomade, va dove lo porta il piacere della pittura, che si può trovare anche nel controllo dell’abisso delle pennellate nere.

Con il suo nomadismo spontaneo e immutabile, svincolato da ogni genere o moda, Mario Ferrarese si trova ad un certo punto casualmente in qualche sintonia con la Transavanguardia, che riporta la pittura, dopo il concettuale, alla manualità e alla gioia del colore. Ma non ci sono tracce nei suoi lavori di qualche riferimento alla Transavanguardia. Continua con il suo solito ritmo alternante tra figurativo e non figurativo, e nel 2014 riprende la pennellata larga nera e realizza una trentina di composizioni su carta, con acrilico e inchiostro. Di grandi dimensioni è un acrilico su tela di lino dello stesso anno, con il nero che si stempera scendendo in basso o salendo in alto con effetto capovolto (secondo pareri diversi), forse in omaggio a G. Baselitz. Ma l’attrazione per il colore resiste e magari viene frenata da plumbei vapori come accade nel grande acrilico su tela (cm 91×145) intitolato Im Abendrot, sempre del 2014, dove il sole rosso accecante del tramonto che è ormai spento in una notte misteriosa, fa mirabilmente da contrappunto allusivo, con i singhiozzi dell’espressionismo astratto, all’andante struggente del Lieder omonimo scritto da Richard Strauss come congedo dalla vita.